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venerdì 6 maggio 2011

Source Code: change the past, save the future...



Dopo il riflessivo (e filosofico) Moon, ecco Duncan Jones cimentarsi con il cinema americano, in un thriller al confine tra realtà e fantascienza dove la componente onirico-spirituale deve vedersela con il senso di spettacolarità e popolarità tipici dello stile hollywoodiano. 


Source Code inizia con il capitano Colter Stevens (Jake Gyllenhaal) catapultato all’interno del corpo di uno sconosciuto a bordo di un treno con destinazione Chicago in una tranquilla mattinata di sole. Nel giro di poco si arriverà a capire che il pluridecorato militare fa parte di un complesso (fisica quantistica e viaggi spazio/temporali lo dimostreranno) programma governativo volto a sventare alcune incombenti minacce terroristiche. Il nome del programma è, per l’appunto, Source Code.

Tralasciando gli aspetti prettamente tecnici (quante lauree in materie scientifiche ci vorrebbero per dare una spiegazione credibile di questo programma?), il Source Code prevede la possibilità di poter rivivere gli ultimi 8 minuti di vita di una persona, il tutto, in questo caso, per sventare un omicidio di massa. Gli ultimi 8 minuti come giustamente immaginerete non bastano al nostro protagonista quasi nemmeno a capire i panni di chi sta vestendo, da questo deriva un loop di scene vissute e rivissute, attraverso le quali Colter Stevens dovrà non solo ricostruire tassello per tassello la situazione in cui si trova, ma anche (e soprattutto) immaginare possibili scenari di risoluzione del tutto. Il classico “tempo scaduto, si ricomincia”, attraverso scene, luoghi, fatti, dialoghi ed episodi già avvenuti, già vissuti.

Ok, d’accordo la storia non è delle più originali, o meglio, è una sommatoria di filoni già esplorati da diversi generi del cinema mondiale: c’è il sogno interrotto del recentissimo Nolan, c’è il soldato che entra nei panni di un’altra creatura di Cameron, c’è il personaggio intrappolato sempre nelle stesse situazioni di (…vediamo…chi tiro in ballo…) Lola Corre, c’è addirittura l’avanti e indietro nel tempo della saga Back to the future. Beh insomma il saper mescolare tutti questi generi, proiettando letteralmente lo spettatore nel turbinio di angosce, paure, dubbi e perplessità di un protagonista a tratti “ex machina” e a tratti marionetta nelle mani del governo americano, fa sì che Jones superi (forse non a pieni voti) la prova del cinema “pop”; quello per intenderci dove la storia d’amore fra il personaggio maschile e femminile (Michelle Monaghan) della prima scena del film è talmente scontata che non portarla a termine sarebbe quasi un crimine.

Positiva l’interpretazione di Gyllenhaal, bravo, a nostro avviso, a dilazionare la sua presa di coscienza durante tutte le immersioni nella realtà parallela (anzi passata!) trasmettendo il giusto mix di sicurezza ed insicurezza, timore e rabbia, emozione e pentimento per le diverse situazioni che ne hanno contraddistinto la vita da uomo e da soldato.


Source Code è nelle sale da venerdì scorso e per quel che riguarda la sua promozione è interessante vedere come la produzione si serva di alcuni rami ben distinti della web promotion per farsi pubblicità, cosa che ultimamente accade per parecchi film, soprattutto quelli a base fantascientifica. Sulla pagina facebook del film ci sono infatti diversi giochi in tema con la storia della pellicola, che stimolano la curiosità degli appassionati, puntando a generare viralità ed a coinvolgere il maggior numero possibile di utenti. Chissà se si avranno soltanto 8 minuti a disposizione…

martedì 8 marzo 2011

Unknown: fuga verso se stessi



“E’ una specie di guerra combattuta tra quello che ti dicono che sei e quello che tu sai di essere”. Questa frase, con cui il protagonista spiega quello che secondo lui è la pazzia, descrive la trama di un thriller dal sapore inquieto e psicologico. La sceneggiatura non sarà delle più originali (diverse sono infatti le pellicole che trattano il tema dello scambio di persona/personalità e dell’identità violata), ma c’è da dire che se si è alla ricerca di un film in cui i colpi di scena non mancano allora la sala nel maxicinema di turno è indubbiamente quella giusta.



Unknown – senza identità, per la regia di Jaume Collet-Serra, ha forse il difetto di partire troppo spedito, catapultandoci in neanche mezz’ora in una serie di eventi a dir poco assurdi se sommati insieme: piccoli particolari che torneranno utili ai fini della comprensione di un disegno narrativo ben preciso, vengono però gettati in maniera troppo precipitosa (sarà per via del rinnovato mood degli action/thriller movie!). Fatto sta che (quello che si pensa essere) il dottor Martin Harris, interpretato da Liam Neeson, nelle prime ore successive all’atterraggio a Berlino, dove si reca con la moglie Liz (January Jones) per un congresso sulle biotecnologie, diventa protagonista di alcune sospette disavventure: smarrisce una valigetta importantissima, si vede cancellare una prenotazione in un albergo a causa di problemi di sicurezza, resta vittima di un incidente in taxi, entra in coma e al suo risveglio scopre, rifiutandosi però di credere, che la moglie è in realtà sposata con un’altra persona e non vuole saperne di riconoscerlo.
Ecco: se si riesce a proseguire nella visione del film senza che questa risulti compromessa dal cosiddetto “troppo che storpia”, allora il resto è davvero ben fatto e si vedranno ricomporre i tasselli che in un primo momento ci sembravano inspiegabili (ed esagerate!) coincidenze in una parabola di eventi che ci terranno con il fiato sospeso, fino a scoprire il paradosso nel paradosso riguardo la vera identità del protagonista.
Il regista alla fine riesce a rendere alla perfezione l’idea dello spaesamento e dell’incertezza punti chiave del romanzo da cui il film è tratto, Fuori di me di Didier Van Cauwelaert: solo il pubblico già abituato a perdite di memoria dal retrogusto di spy-story ed “appropriazioni indebite” di identità altrui (vedi ad esempio The Bourne Identity) riesce a non pensare neanche per un attimo che forse il protagonista sia pazzo per davvero, e questo a livello registico è già una formidabile conquista; con la complicità delle inquietanti ambientazioni, è perfetta la grigia e freddissima Berlino, e delle numerose scene di inseguimento e lotta , ecco che l’unica certezza che ci rimane è chiamare il protagonista con il suo vero nome: Liam Neeson.

sabato 5 marzo 2011

The Fighter: la vera storia di Micky Ward

La boxe. Un tema carissimo al cinema internazionale, rivisitato a tal punto che riuscirne a fare un film interessante ed allo stesso tempo originale è diventata un’impresa davvero ardua. E’ il tema attorno a cui ruota The Fighter, per la regia di David O. Russell, che va però al di sopra di ogni aspettativa, coniugando magistralmente il lato sportivo tutto sudore e lividi a quello personale/familiare più problematico e controverso.
 La chiave sta tutta nel prendere le (forse) più comuni storie del cinema di questo genere e affiancarle come due linee parallele dal verso opposto. Due storie pugilistiche che scorrono vicine in una trama narrativa gestita in modo semplice ma attento. Uno, Dicky Eklund (Christian Bale,  Oscar come miglior attore non protagonista), ormai quarantenne e tossicodipendente, ha preso la sua vita (e carriera) e l’ha gettata al fiume dopo aver battuto nientemeno che Sugar Ray Leonard, uno dei più forti e famosi pugili dell’epoca. L’altro, il fratellastro più piccolo Micky Ward (Mark Whalberg), ha invece un’esagerata fame di vittoria, un po’ per evadere dalla routine della vita di Lowell, cittadina del Massachussets dove entrambi vivono, un po’ per riscattare le delusioni patite dal fratello maggiore.
A tarpare le ali di “Irish” Micky Ward però ci sono proprio i suoi familiari, soprattutto la madre (sua manager improvvisata), le sorelle e Dicky, colpevoli di adagiarsi sugli allori di una quasi grande carriera e di non saper gestire il talento e la voglia di fare del nuovo boxeur di famiglia. La parte del film in cui lo spettatore entra nei panni del giovane Irish e ne percepisce le frustrazioni e la delusione per la mancanza di attenzione e professionalità nei suoi confronti è il valore aggiunto che la pellicola regala agli amanti dei film di questo genere; ed è impressionante come per magia Charlene, la “ragazza del bar accanto” (interpretata da Amy Adams) della quale Micky s’innamorerà, arrivi in soccorso del protagonista esternando quello che lui non ha il coraggio o la forza di sostenere, cioè che per andare avanti senza incassare troppe delusioni dovrà staccarsi dalla sua ossessiva famiglia.
Diverse altre vicende porteranno Micky a partire da zero, con incontri improvvisati e rimediati dal suo nuovo agente, fino ad arrivare a giocarsi il titolo mondiale. Qui torna in scena l’importanza dell’affetto familiare reso tangibile dai consigli che fin da bambino Micky apprendeva dal fratello e che porta con sé incontro dopo incontro. Il match per il titolo sarà la scusa per un riavvicinamento generale di tutta la famiglia e l’occasione per vivere tutti insieme quell’emozione che Dicky non era riuscito a dare.
“The Fighter è una storia che parla della famiglia, dell’amore, dei rapporti e del superamento delle avversità. E’ una storia tanto potente quanto eccitante”, ha affermato Wahlberg. Il protagonista, nonché produttore, ha insistito molto per prendere parte a questo progetto, forse proprio perché si rivedeva nella condizione di sofferenza riscattata che il suo personaggio vive. In effetti il ring altro non è che una metafora delle dure situazioni contro le quali la vita ci spinge, faccia a faccia, e la sfida di ognuno è forse proprio non finire k.o. O comunque rialzarsi e ripartire dall’incontro successivo.

lunedì 24 gennaio 2011

Vallanzasca: lucida follia

Lucida follia, di questo si tratta. E’ il tema attorno al quale ruota tutto il film, oltre la vita del vero Renato Vallanzasca, nonché la sola giustificazione che lo spettatore può dare alle scene che si succedono nella prima parte della pellicola, almeno fino a quando non ci si ambienta e si riesce a intravedere anche il lato sensibile (ben nascosto, dobbiamo dire!) di un criminale senza scuse.
Ed è proprio follia quello in cui si trasforma la bravata di quattro ragazzini quando, per liberare una tigre in gabbia nel circo vicino casa (periferia di Milano), danno il via ad una serie, allora insospettabile, di efferati eventi. Il fatto che vengano trascinati in un carcere minorile è il primo step di riflessione a cui ci porta Vallanzasca: gli angeli del male, nuovo film di Michele Placido. E’ infatti folle che dei bambini per una cosa del genere finiscano in uno di quegli ambienti che possono segnarti a vita; ed è questo che succede. I quattro ancora più uniti e (forse) motivati iniziano, una volta usciti dalla prima precoce esperienza “dietro le sbarre”, a compiere una serie di piccoli crimini (come furti per negozi di quartiere) che li porterà alla convinzione che il crimine paga davvero. Passano pochi anni ed il gruppo si allarga fino a diventare una vera e propria banda, dove i furtarelli diventano rapine, sequestri, omicidi in un climax di violenza nel quale ci si ritrova immersi senza nemmeno accorgersene. Ed è proprio il trovarsi catapultati nella violenza selvaggia senza capire come e perché l’unica pecca che ci sentiamo di imputare ad un film che nel complesso è ben sceneggiato e ben recitato (davvero ottima l’interpretazione di Kim Rossi Stuart nei panni del “boss della Comasina). Buone anche le interpretazioni di Paz Vega, nel ruolo di Antonella D’Agostino, la “sorella di una vita”, di Valeria Solarino (Consuelo), compagna di Renato dalla quale avrà anche un bambino, e di Filippo Timi (Enzo), bravo nel farci entrare nella testa contorta di un criminale sconvolto dal continuo uso di armi e stupefacenti, meno entusiasmante quando però si tratta di esternare il dramma interiore di una vita vissuta in funzione di un amico/fratello/capo che forse non riesce né ad amare né ad odiare fino in fondo.
Si arriva poi a discutere di come viene descritto Renato Vallanzasca, punto che ha suscitato molte critiche quando il film, tratto dal libro “Il fiore del male” di Carlo Bonini e Renato Vallanzasca e da  “Lettera a Renato” di Renato Vallanzasca e Antonella D`Agostino, venne presentato fuori concorso al Festival di Venezia. Nonostante la faccia da bravo ragazzo che Kim Rossi Stuart mette al servizio di Michele Placido il film non celebra né condanna le gesta del famoso criminale; lo stesso regista alla presentazione conferma che “in questo film non troverete la verità sul caso Vallanzasca. Perlomeno non ne troverete una sola. Perché questo è un film non un`inchiesta. Non condanna. Non assolve. Racconta una storia. La storia di una banda, la storia di una Milano che non esiste più, ma restano veri e crudi il dolore di chi ha subito queste violenze”.
In questa pellicola va infatti in scena uno spietato teatro dell’assurdo che prova a dare un’idea di chi era uno dei più “strafottenti” banditi della storia italiana senza però darne un giudizio che abbia il sapore né di elogio né di condanna; sta allo spettatore rabbrividire o sorridere quando il bandito, sempre pronto a ribadire che le armi non vanno usate per sparare ma per spaventare, in un’intervista rilasciata ad una radio popolare si descrive dicendo:  “non è che sono uno cattivo, è che ho il lato oscuro un po’ pronunciato!”.

martedì 21 dicembre 2010

RCL: Ridotte capacità lavorative. La risposta di Pomigliano ad Avatar.


RCL.
E’ la sigla che indica una categoria di lavoratori con problemi fisici, come ad esempio discopatie e tendiniti, legati ad anni di servizio in condizioni di lavoro al limite del sostenibile.
E’ il titolo di un docufilm che racconta le vicende degli stabilimenti Fiat di Pomigliano d’Arco all’indomani di un referendum  riguardante proprio le condizioni di lavoro, proposto dalla dirigenza della Fiat ai lavoratori delle catene di montaggio.
 E’ una storia che ha per protagonisti dei semplici lavoratori, degli operai del settore metalmeccanico, alcuni dei quali in cassa integrazione e altri comunque in precarie condizioni lavorative, che hanno visto mettere ai voti la dignità umana sul posto di lavoro,  vedendosi costretti a scendere a patti con un nuovo modello imprenditoriale proposto da Sergio Marchionne, amministratore delegato dei gruppi Fiat e Chrysler, che forse nemmeno immagina cosa voglia dire far parte di una catena di montaggio.
Quello che il protagonista narrante Paolo Rossi cerca di raccontare è l’incubo ad occhi aperti che stanno vivendo migliaia di operai di uno degli stabilimenti italiani che più rappresenta lo sviluppo industriale e le sue dure leggi. In un paese dove la “grande fabbrica” è arrivata, anni fa, incarnando un solido modello economico appoggiato da garanzie statali , un’opportunità di rilancio di un paese del sud Italia e una solida alternativa al solo settore agricolo che dominava prima dell’avvento dell’industria.
Ideato da Alessandro Di Rienzo e diretto da Massimiliano Carboni, Rcl è il tentativo di mettere in scena quello che Paolo Rossi stesso definisce “surrealismo civile”, ovvero situazioni che superano talmente tanto il confine dell’accettabile da divenire quasi una storia di fantascienza. Sbarcati nella desolata stazione di Pomigliano, Paolo Rossi e la sua troupe, di chiaro stampo “Brancaleoniano”, cercano del materiale per un fantomatico film che dovrà raccontare le vicende dei lavoratori delle catene di montaggio ed il loro difficile rapporto con uno dei mestieri più duri ed alienanti del nostro secolo; rapporto messo ancor più a dura prova dalle condizioni in cui questi metalmeccanici sono costretti a lavorare.
Nell’intento di immedesimarsi nella situazione di Pomigliano (un paese dove addirittura i nomi delle strade inneggiano al Po, all’Alfa Romeo e a Torino) il nostro narratore scambierà interessanti “chiacchierate” con il sindaco, con un prete, con dei sindacalisti dal dente avvelenato ed ovviamente con dei lavoratori, ed arriverà alla conclusione che il suo film potrà avere solo una connotazione di tipo fantascientifico, visto che le storie che gli vengono raccontate hanno poco a che fare con una vita normale. Progetta così “la risposta di Pomigliano ad Avatar”, in un turbinio di situazioni iper-reali, che servono però a dar risalto alla condizione operaia del Mezzogiorno, dove,  più poeticamente che insensatamente, le famiglie in cassa integrazione non rinunciano nemmeno a mettere al mondo nuove “creature”. Chissà che non portino avanti dure lotte sindacaliste proprio per garantire ai loro figli condizioni migliori di quelle che ora sono costretti a sopportare. Eccola la realtà.

mercoledì 1 dicembre 2010

Adam Resurrected: superare il dramma




Ispirato all’omonimo romanzo di Yomar Kaniuk del 1968, Adam Resurrected diventa finalmente film, a distanza di più di 40 anni dall’uscita del libro, per mano di Paul Schrader, mitico sceneggiatore di Taxi Driver e Toro Scatenato, per citarne un paio. “Finalmente” perché già diversi registi avevano fallito nell’intento di portare a compimento una sceneggiatura degna di tal nome (addirittura Orson Welles fu scelto per il ruolo di protagonista in uno di questi tentativi), che sapesse riprendere il sottile filo, graffiante e sadico, con cui il controverso romanzo aveva positivamente impressionato critici e scettici.
 Il difficile tema del superamento, o almeno del suo tentativo, di una tragedia delle dimensioni dell’Olocausto è un ostacolo impervio da affrontare, forse impossibile. Tanti sono stati i dibattiti di stampo socio-psicologico con l’intento di definire se fosse possibile anche soltanto immaginare il dolore provato dai deportati nei campi di concentramento, figuriamoci raccontarlo. E ancor di più superarlo. I fantasmi, le paure, i drammi interiori che alcuni personaggi si portano dietro sono ferite che difficilmente un istituto mentale per i sopravvissuti aiuta a rimarginare. 
Adam Stein, interpretato in maniera impressionante da Jeff Goldblum, è proprio uno di questi sopravvissuti, ed il suo percorso di tentata riabilitazione psicologica si alterna fra la clinica dove è in osservazione e i flashback del campo di concentramento dove era rinchiuso e dove faceva letteralmente da”cane” per le maniacali fantasie di stampo “imperiale” del comandante Klein, Willem Dafoe anche lui in ottima forma. Adam prima della guerra era un artista, dirigeva un personale ed originale, visti i tempi, one man show in una specie di circo di Berlino (ironia della sorte una delle improvvisate “cavie” per i suoi giochetti una sera fu proprio il comandante); poi la guerra, la deportazione, il dramma. Il vedersi strappare via la famiglia da davanti agli occhi, mentre lui è costretto a fare da malinconica colonna sonora con il violino nel tragitto della moglie e della figlia verso la morte, lo segna per sempre. Si trova da solo e ci si troverà fin quando, proprio nell’istituto mentale, non incontra un altro “cane” come fu lui in passato; un “progetto particolare” del medico che lo teneva in cura: un ragazzino tenuto legato in una stanza segreta costretto a vivere proprio come Adam aveva fatto. I due riescono miracolosamente ad avvicinarsi ed iniziano insieme un percorso di crescita e di redenzione, che porterà entrambi a prendere coscienza della reale necessità, per se stessi, di uscire dalla situazione di chiusura mentale e psicologica che li accompagnava da chissà quanto tempo.
Dal punto di vista cinematografico colpisce l’uso dominante della tonalità del bianco, come a voler indicare che il barlume di speranza è vivo anche in condizioni di precaria stabilità mentale. Tale scelta cromatica è però abissata nei flashback oscuri delle notti nel campo di concentramento, dove l’ombra della paura e della disperazione ci aiutano a ristabilire il senso tragico predominante. La luce dunque non è ben chiaro se indichi follia o speranza ed è proprio su questa incertezza che va collocato il punto sul quale abilmente il regista gioca; le lacrime che il protagonista stenta a nascondere, i ripetuti scontri psicologici con gli infermieri e gli altri pazienti, la rabbia mista a compassione che trapela dal rapporto col giovane nuovo amico sono alcuni dei congegni narrativi che hanno permesso a Paul Schrader di portare a termine l’opera in maniera intelligente e fornendo interessanti spunti introspettivi.
La pellicola, ancora in cerca di definitiva distribuzione in Italia, sarà in programmazione in versione doppiata in italiano al cinema Aquila di Roma, dal 3 al 16 dicembre.
Marco Napolitano